Addio a Evaristo Beccalossi, genio nerazzurro: l’idolo dell’Inter che fece innamorare San Siro
È morto a 69 anni Evaristo Beccalossi, storico trequartista dell’Inter. Protagonista dello scudetto 1979-80, fu uno dei giocatori più amati per talento, fantasia e personalità. Dopo un grave malore nel 2025, le sue condizioni erano rimaste critiche.
C’è chi il calcio lo interpreta, e chi lo inventa. Evaristo Beccalossi apparteneva senza dubbio alla seconda categoria. È morto nella notte a 69 anni, lasciando un vuoto profondo non solo tra i tifosi dell’Inter, ma in tutto il panorama calcistico italiano che in lui aveva riconosciuto un talento unico, imprevedibile, irripetibile.
Nato a Brescia il 12 maggio 1956, Beccalossi aveva iniziato proprio con la squadra della sua città prima di compiere il grande salto nel 1978, quando approdò all’Inter. Iniziň così la fase più luminosa della sua carriera: sei stagioni in nerazzurro, condite da giocate d’alta scuola, assist illuminanti e gol pesanti. In totale, oltre 200 presenze e 37 reti, ma i numeri, nel suo caso, raccontano solo una parte della storia.
Beccalossi era molto più di un semplice calciatore. Era un artista del pallone, capace di accendere la partita con un colpo di tacco o un dribbling fuori copione. Il pubblico di San Siro lo adorava, tanto da dedicargli uno dei cori più celebri e irriverenti della storia del calcio italiano. Un amore viscerale, costruito su emozioni autentiche e su un modo di stare in campo che sfuggiva a ogni schema.
Il punto più alto arrivò con lo scudetto della stagione 1979-80, conquistato sotto la guida di Eugenio Bersellini. In quell’Inter operaia e concreta, Beccalossi rappresentava la scintilla creativa, l’elemento capace di rompere gli equilibri e decidere le partite. Fu anche protagonista nelle coppe europee e nella vittoria della Coppa Italia 1981-82.
Eppure, come spesso accade ai giocatori più geniali, la sua carriera fu segnata anche da episodi che ne alimentarono la leggenda in modo inatteso. Indimenticabile la serata del 15 settembre 1982, quando sbagliò due calci di rigore nel giro di pochi minuti in Coppa delle Coppe contro lo Slovan Bratislava. Un momento che avrebbe potuto distruggere chiunque, ma che nel suo caso contribuì a rafforzare l’empatia con i tifosi. Il comico Paolo Rossi trasformò quell’episodio in un monologo diventato cult, restituendo l’immagine di un uomo vero, fragile e coraggioso.
Nel 1984 lasciò Milano per trasferirsi alla Sampdoria, prima di chiudere la carriera con esperienze in diverse squadre italiane fino al ritiro nel 1991. Appese le scarpe al chiodo, Beccalossi seppe reinventarsi, diventando opinionista televisivo e mantenendo un legame costante con il mondo del calcio, anche attraverso incarichi federali.
Gli ultimi anni sono stati segnati dalla malattia. Nel gennaio 2025 era stato colpito da un malore che lo aveva costretto a un lungo ricovero e a una difficile riabilitazione. Nonostante la ripresa e il sostegno della famiglia e degli amici, le sue condizioni erano rimaste precarie.
Con la sua scomparsa se ne va un pezzo di calcio romantico, quello fatto di intuizioni geniali e di imperfezioni umane. Beccalossi non è stato solo un giocatore: è stato un simbolo di libertà espressiva in un’epoca in cui il calcio iniziava già a irrigidirsi nei tatticismi.
E forse è proprio per questo che il suo ricordo resterà così vivo. Perché, in fondo, il “Becca” non era soltanto uno che giocava a calcio. Era uno che, con il calcio, faceva sognare.
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