3I/ATLAS e l’anti-coda: non un’astronave, ma un “vettore” con microsonde?
Le anomalie di 3I/ATLAS spiegate dalla fisica cometaria, ma con una domanda aperta: può una cometa interstellare trasportare microsonde invisibili?
Quando si parla di oggetti interstellari, la fantasia corre più veloce dei telescopi. Ma il caso di 3I/ATLAS merita attenzione proprio perché non costringe a scegliere tra “tutto normale” e “astronave aliena”. Esiste una terza via, più sobria e più plausibile: una cometa naturale usata come vettore, cioè come “corriere cosmico”, capace di trasportare microsonde.
Il punto di partenza sono alcune osservazioni che hanno fatto discutere: una struttura descritta come anti-coda (una coda che sembra puntare verso il Sole) e getti con un comportamento oscillante, un wobble che in certe analisi è stato collegato alla rotazione del nucleo. Nel mondo delle comete, fenomeni del genere possono avere spiegazioni fisiche robuste: polveri, grani di ghiaccio che sublimano, geometrie di emissione. Non a caso sono stati proposti modelli naturali che rendono l’anti-coda compatibile con processi cometari.
E qui entra il nodo investigativo.
Il punto di Avi Loeb: “probabilmente naturale, ma non chiudiamo la porta”
Avi Loeb è noto per un approccio che irrita alcuni e incuriosisce altri: non sostenere che l’oggetto sia artificiale, ma dire che certi casi andrebbero osservati anche con l’idea di cercare tecnofirme, perché la posta in gioco sarebbe enorme. È un ragionamento metodologico: se qualcosa fosse artificiale, sarebbe uno degli eventi scientifici più importanti di sempre, quindi vale la pena controllare con serietà.
Fin qui, nulla obbliga a pensare a un’astronave. Anzi.
La versione “realistica” dell’ipotesi artificiale: non nave madre, ma payload
Se si accetta l’impostazione prudente di Loeb, cioè che 3I/ATLAS sia probabilmente naturale ma meriti controlli per scenari artificiali, allora esiste un modo più sobrio di intendere “artificiale” senza evocare invasioni o navi madri:
non la cometa come astronave, ma la cometa come vettore.
In questa lettura, la cometa resta una cometa: ghiaccio, polveri, gas, attività. Le anomalie restano fenomeni cometari. L’elemento artificiale, se esistesse, sarebbe un’altra cosa: un payload di microsonde ospitate nel nucleo, in cavità schermate, magari depositate su quel corpo quando passò vicino ad altri sistemi stellari centinaia di migliaia di anni fa.
Perché una cometa sarebbe un corriere perfetto
Una cometa interstellare offrirebbe tre vantaggi che, per un ipotetico carico tecnologico minuscolo, sarebbero ideali:
- Schermatura naturale: materiali e ghiacci possono proteggere strumenti delicati da radiazione e microimpatti.
- Mimetismo: polvere, gas e getti creano un ambiente ricco di fenomeni naturali dove oggetti molto piccoli potrebbero risultare difficili da distinguere.
- “Costo” energetico ridotto: il vettore non “spende” propellente per arrivare, perché è già in viaggio su una traiettoria interstellare.
In questo scenario, l’insolito non sarebbe un indizio di tecnologia, ma il “rumore naturale” ideale in cui un eventuale payload minuscolo potrebbe confondersi.
La posta che viaggia nei secoli
Resta la domanda più difficile: come arriverebbero i dati ai “creatori” delle microsonde, visto che parliamo di distanze interstellari?
La risposta più realistica non è “trasmettere video in diretta”, ma una logica antica: conservare e consegnare. Le microsonde potrebbero registrare dati durante il passaggio in un sistema planetario, comprimerli e archiviarli per lunghi periodi, trasmettendo poco o nulla. I dati potrebbero essere recuperati in un secondo momento da un relè o da una missione successiva, trasformando il viaggio in una sorta di posta cosmica: lenta, ma potenzialmente affidabile.
E Giove?
Si parla spesso di Giove. Qui serve chiarezza: non significa che la cometa “sfiorerà” il pianeta. Secondo i parametri orbitali discussi in letteratura e nel dibattito pubblico, 3I/ATLAS passerà nell’area gioviana il 16 marzo 2026 a circa 0,358 UA, cioè circa 53,6 milioni di chilometri.
È lontano in termini di sorvolo, ma Giove resta interessante come grande “faro” planetario: enorme, luminoso, riconoscibile, utile come riferimento osservativo.
Quando un mistero diventa indizio
Se questa ipotesi dovesse un giorno passare dalla suggestione a una pista concreta, non basterebbe un’anti-coda spettacolare. Servirebbe qualcosa di più netto e testabile. Gli osservatori cercherebbero soprattutto quattro segnali:
- Frammenti che si separano con traiettorie proprie non compatibili con frammentazione casuale.
- Un segnale radio strettissimo in banda, ripetitivo.
- Una variazione di traiettoria non spiegabile con outgassing.
- Firme ottiche troppo ordinate (lampi speculari periodici o pattern geometrici).
Finché non compare almeno uno di questi indizi, la spiegazione più forte resta quella che oggi appare ai telescopi: una cometa interstellare con fenomeni rari ma compatibili con la fisica cometaria.
Il mistero “giusto”
Ed è proprio questo che rende 3I/ATLAS un mistero interessante: non pretende miracoli e non invoca invasioni. Suggerisce qualcosa di più sottile: che lo spazio possa essere attraversato non soltanto da grandi missioni, ma anche da piccoli messaggeri nascosti dentro corpi naturali, come “posta” lasciata in viaggio per tempi lunghissimi.


